LA SOLITUDINE DELLE NUMERE PRIME

Le numere prime sono entità intere, positive composte strutturalmente da due parti: quella biologica, che determina il versante fisico, sessuale e quella mentale che si caratterizza nel riconoscimento della propria struttura biologica e nello sviluppo di quella che comunemente chiamiamo “identità personale”.

Sull’identità personale se ne è detto molto, partendo dai concetti di “flusso di coscienza” sino ad identificare la “persona” come una complessa aggregazione di continuità fisica e psicologica che varia a seconda del modificarsi degli spettri di competenza (il celeberrimo paradosso del sorite, per intenderci). Parfit arriva a definire l’identità personale come questione secondaria in quanto potrebbe non definire esattamente la persona. Eppure, ci ricorda Ricoeur, l’io ha percezione del proprio corpo e lo sviluppo delle ricerche sulla disforia di genere ce lo testimonia in modo molto concreto. Effettivamente mi permetto di annoverare l’identità di genere nell’ampia area che definiamo “identità personale”, ritengo che ne faccia parte a pieno titolo come sfaccettatura di quell’IO così complesso da definire.
Le numere prime sono coloro la cui identità personale è saldamente definita, esattamente come quella di genere, perfettamente in linea con il proprio versante biologico. Ma non è questo che definisce le numere prime, il cisgenderismo è molto comune, direi quasi normativo. Quello che definisce le numere prime è la capacità di lettura simbolica del versante biologico. Il simbolo è elemento distintivo della capacità umana di comunicare tramite segni. Antichissimo, consiste nel “mettere insieme” due elementi: quello concreto e quello astratto.
Ma il simbolo non è mera forma rappresentativa: esso determina le azioni umane, mosse “in nome” di quei simboli che sembrano aleggiare sulle teste come una spada di Damocle. Ed è proprio il simbolo della spada, quello che caratterizza da qualche millennio la società umana. Viene chiamato “patriarcato” ed identifica nel “padre” colui che detiene il potere della spada. La spada che per essere maneggiata necessita di forza fisica e destrezza, la spada che trafigge i corpi dei nemici e dei traditori, la spada capace di morte o di gloria (ricordiamo le nomine da cavaliere con l’appoggio della spada del re sulle spalle del futuro titolato). Chi detiene la spada detiene il potere e biologicamente questo ha determinato una grande parte dell’elezione ad “ente superiore” dell’essere umano di sesso maschile. Nella storia umana, da che scrittura esiste, la femmina è l’essere mancante per eccellenza, colei che non detiene la “spada”, quindi è destinata a soccombere, ad essere schiava. Schiava partoriente di nuove generazioni destinate al comando.
Questo simbolismo si è modificato nel tempo, ma non nella direzione sperata. Si è evoluto, si è appropriato delle moderne logiche economiche trasformandosi in capitalismo. Chi detiene il capitale, detiene il potere. Capitale assunto ad arma capace di ferire, surrogato di quell’antica spada che sempre è stata prerogativa del maschio.

Cosa c’entrano le numere prime con quanto sopra? C’entrano nella misura in cui esse desiderano contrastare questa visione oppressiva unendo le forze in nome di quella realtà biologica che simbolicamente rappresenta la sottomissione per eccellenza. Una guerra eterna verso un nemico tanto più forte quanto in grado di richiamare tra le sue fila quelle stesse persone di sesso femminile che, negando tale simbolismo, identificano le numere prime come “il nemico”.
In tal senso l’inclusivismo diviene una caratteristica fondamentale, se non vuoi essere relegata in un angolo, imbavagliata ed additata come mostro. Includere, tuttavia, ha più livelli. Posso includere nella mia vita una persona senza necessariamente creare un rapporto amoroso: posso includerla in qualità di amica, di collega, di conoscente, di appartenente al mio nucleo familiare. Evidentemente al patriarcato capitalista un inclusivismo morbido non basta, deve riuscire a “penetrare” nelle più fitte schiere dell’aggregativismo femminile.

In qualità di numera prima rivendico:
– il diritto di potermi associare a chi ritengo simbolicamente a me affine, indicando nel simbolismo una lettura indispensabile per il riconoscimento del vero “nemico” oppressore;
– la possibilità di collaborare e coalizzarmi con chi ritengo possa condividere le mie stesse battaglie, senza dover in alcun modo rinunciare alla mia identità e senza doverla mettere in dubbio;
– il diritto di poter utilizzare a pieno titolo quel simbolismo che il patriarcato mi ha cucito addosso, sfruttandolo per rivalorizzarlo e renderlo usufruibile come linguaggio comune di tutte le numere prime che vi si vorranno identificare.

“non più nel ghetto, ma a testa alta e capelli al vento” sarà il mio nuovo motto.

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