Sensi Unici

Una delle parole utilizzate dai sostenitori della gestazione
per altri nel contesto della libera autodeterminazione della donna è
“dono”. E’ un termine antico, che le donne nella loro storia conoscono bene. Gli istinti al sacrificio, al dono specialmente di sé fanno parte di una antica cultura, quella patriarcale, che, limitando lo spazio d’azione alla donna, lo veste di valore positivo non presentandolo come
negazione, ma come estrema risonanza di quelle caratteristiche che (loro)
dicono essere insite e precipue dell’ente femmineo. La gestazione ed il parto,
soprattutto, sono sempre stati visti come il massimo dono, da cui la famosa
asserzione “donare la vita”. Se l’azione stessa del partorire si
trasla in un simbolico dono di vita, a questo punto sembrerebbe ampiamente
lecito parlare di DONO. Ecco il punto che percepivo dissonante. Ho ripetuto più
volte nella testa questa parola, l’ho osservata attentamente, bella luccicante.
Poi con la punta di un coltello ho provato a grattare la superficie ed è emerso
qualcosa di brutto.
Mi riallaccio a quanto scritto dal filosofo sudcoreano
Byung-Chul Han in tema di psicopolitica neoliberale.
<< Gli individui delle società neoliberali non
ritengono più di essere soggetti sottomessi ma si concepiscono come progetti
liberi. l progetto in quanto tale si accompagna a un sentimento di libertà ma
in realtà, nelle società liquide contemporanee, si configura come una forma di
soggettivazione subordinante più efficace della costrizione; l’io come progetto
infatti “si sottomette (…) a obblighi interiori e a costrizioni autoimposte,
formandosi alla prestazione e all’ottimizzazione”. Lo sfruttamento
raggiunge così il rendimento massimo. Laddove la libertà individuale si declina
come libera concorrenza ad esempio il capitale riesce a rapportarsi a se stesso
e a riprodursi: l’individuo “presta al capitale una soggettività
<<automatica>>”, degradandosi così a <<organo genitale
del capitale>>. Facendo di ognuno l’imprenditore di se stesso, il
neoliberalismo genera autosfruttamento e la lotta di classe si trasforma in
conflitto interiore.” (da “Il soggetto dif-ferente”, Maletta, Mimesis
Edizioni 2017).
A questo si aggiunge ed aggancia la visione distorta di una
logica capitalista soggettivizzata che si configura nei termini del
“posso, QUINDI devo”.
Perché questa lunga citazione? Perché quanto compiuto sul
termine “dono” altro non è che una traslazione da un significato
simbolico/sacro ad uno pratico/economico. Linguaggio come strumento, dunque,
dove il capitalismo agisce per svuotare i significanti ed adattarli alle
proprie logiche. Ora, infatti, il dono non è più simbolicamente concesso al
nascituro che viene alla vita ricevendola come si riceve un dono (da Dio alla
donna, in una continuità sacrale). Ora il dono è pratico ed è prodotto dalla
donna “imprenditrice di se stessa” che concretamente
<<dona>> il frutto della propria gestazione. Lo dona a chi, immerso
nella logica capitalista del “posso (economicamente) quindi devo”,
riveste il ruolo descritto da Byung-Chul Han. Se difatti il desiderio del
singolo non è giudicabile negativamente, le modalità di accesso alla realizzazione
del desiderio sono (e devono) essere soggette a giudizio.
Non si confonda il “posso economicamente” con la
gestazione contrattuale ed a pagamento in stile californiano. La possibilità
economica è condizione sine qua non per poter prevedere la presenza di un
nascituro. Questa condizione è la linea di demarcazione che distingue coloro
che possono permettersi il sogno genitoriale tramite GPA e chi no, in un
continuo sviluppo autoreferenziale di un capitalismo che frammenta la società e
le applica etichette in stile “catalogo” per meglio gestirle e meglio
monitorarle.

 

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